Gli occhi della fede sono immensi, bucano la notte

Ai grandi della terra rivolgiamo un appello: “Non vedete, o saggi, non vedete, o assonnati dagli occhi cisposi, uomini e donne dagli occhietti stretti e semichiusi, che Dio ha fatto gli occhi dei gufi e delle civette così enormi affinché fossero occhi che vedono nella notte, quando le cose sono ciò che sono e nient’altro? Per scrutare le tenebre bisogna avere occhi smisurati, gli occhi di Dio stesso. Allora la notte diventa luce.” (Louis Albert Lassus)
Gli occhi di Dio! così enormi che un giorno qualcuno disse: “Bisogna chiamarlo Theos”, Colui che vede, si stupisce e si meraviglia.
Un monaco del XV secolo scrive: “L’uomo di Dio? Non è né un asceta, né tantomeno un virtuoso pago della sua virtù, ma semplicemente questo: uno sguardo, un occhio come i Serafini e i Cherubini, come Dio stesso”.
Noi aggiungiamo un occhio di gufi.. che si ostinano a scrutare la notte con i loro occhi rotondi, la notte delle cose, la notte di Dio. Sono là come sentinelle in attesa, pazientemente appollaiate sulle loro fragili zampe, fino a che si levi l’Altro Sole.

Gli occhi della fede sono occhi immensi che bucano la notte e che già ci fanno sognare il giorno, occhi che già ci fanno intravvedere i colori di un’alba promessa, come è accaduto in quello splendido mattino di Pasqua.
Gli stessi occhi di Maria. Così legata al cuore di Gesù, alle sue Parole, da saper vedere l’evento della morte e resurrezione di Gesù con gli occhi stessi del Risorto. Il suo è lo sguardo tenero e penetrante di una Madre che vive di speranza, dentro il buio della notte del venerdì di passione e nel cuore di un sconvolgimento senza pietà. Come ci ricordano questi mirabili versi:

La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza.
Una fiamma tremolante
ha attraversato lo spessore dei mondi.
Una fiamma vacillante
ha attraversato lo spessore dei tempi.
Una fiamma ansiosa
ha attraversato lo spessore delle notti.
Da quella volta che il sangue di mio figlio
colò per la salvezza del mondo.
Una fiamma impossibile a spegnersi,
impossibile ad estinguersi al soffio della morte.
Ciò che mi stupisce, dice Dio, è la speranza.
[…]

La mia piccola speranza
è colei che si leva ogni mattina.
E’ colei che tutte le mattine ci dà il buongiorno

(Charles Péguy).

La speranza non è solo in qualche cosa, è soprattutto in “qualcuno”.
Questo qualcuno ha un nome, un volto, una storia: quelli di Gesù di Nazareth, il Crocifisso.

Dalla Croce di Gesù, dalla sua Resurrezione, da “quella volta”, da quell’alba inattesa e sorprendente, incredibile e inaudita, la speranza è possibile. Nasce lì, incrollabile. All’ombra di una croce, alla luce di un’alba.
Ma la speranza non è ottimismo facile e infantile. La speranza non nasconde la tragicità della vita, della storia, del momento presente.

La speranza ci dona occhi nuovi, cuore nuovo, vita nuova, per vivere il presente con passione dolorosa e lucidità interiore, anche con un pizzico di sana follia.

Nel suo vangelo Giovanni, al capitolo 20 ci racconta come Pietro e Giovanni corrono al sepolcro vuoto, dove trovano le “reliquie” della morte di Gesù. Giovanni “vide e credette”, sta scritto. Tutto sembra segno di morte, per Giovanni invece tutto diventa segno di vita. E’ il “capovolgimento” della fede, della speranza.

La speranza: il segno di riconoscimento dei cristiani.

La speranza: intuito compassionevole della donna.
La speranza: non un lusso, ma un dovere.
La speranza: non un vago sogno, ma la strada per rendere reali i sogni.
La speranza: donata a chi dona il proprio cuore a Dio.
“Donami il tuo cuore”, ci dice Dio, “ti darò i miei occhi”.
Occhi di gufo!

Chi spera ritrova capacità di sognare e di vedere oltre.

Bisogna che ci ribelliamo alla disperazione. Bisogna che le nostre speranze si facciano più testarde e vitali. E’ possibile? Io voglio esprimere qui, per quel che conta, la mia certezza: è possibile. Le nostre speranze possono alimentarsi della convinzione che il Salvatore vive nella storia e la anima, in maniera misteriosa ma reale, attraverso la forza che il vangelo della Pasqua offre a chi lo accoglie. Ma le nostre speranze possono e debbono alimentarsi anche della contemplazione di uomini e donne, interi popoli, che esprimono la inesauribile volontà di vincere ogni forma di male, che schiavizza l’intero pianeta.

Le sentinelle come simboli di speranza. Stanno insonni, in luoghi elevati, vedono da lontano i primi bagliori dell’aurora, le tenebre squarciate dal primo raggio di sole. Forse non è questo il ruolo della nostra generazione. Possiamo essere noi sentinelle chiamate a salire sugli spalti nei primi turni di guardia, in piena notte, quando il freddo è più intenso e ombre mostruose sembrano fremere in un’oscurità che durerà ancora a lungo. Quando andiamo a dormire angosciati e l’alba non è ancora sorta, crediamo che il nuovo giorno verrà e che, in qualche misura, sarà anche la nostra fedeltà a prepararlo nel ventre della storia.

Chiudo questa riflessione con le parole di Etty Hillesum, vittima dell’Olocausto:

Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile.“ (dal suo Diario). A questa novità di vita siamo chiamati … e tutti!

(Anna Maria Vissani)

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