
Diplomata in grafologia fa riferimento alla scuola morettiana. E da anni accompagna giovani e adulti verso la conoscenza. Ogni scrittura ha un volto: «Ci dice come stiamo al mondo»
La scrittura non mente. È una frase che suor Anna Maria Vissani ripete spesso, con quella calma ferma di chi ha passato anni ad ascoltare le persone nei loro gesti più spontanei. Davanti a uno psicologo si può scegliere cosa dire, si può esitare, perfino nascondere qualcosa. La scrittura, invece, scivola sul foglio e racconta comunque, anche quando non lo vogliamo. Nel suo studio i fogli arrivano piegati dentro cartelline o buste. A volte li portano genitori curiosi, altre volte adulti che cercano di capirsi un po’ di più, oppure ragazzi che stanno attraversando il momento delle scelte: la scuola, il lavoro, il proprio posto nel mondo. Anna Maria li osserva in silenzio. Prima guarda l’insieme, poi si avvicina ai dettagli, il ritmo delle righe, la pressione della penna, la forma delle lettere, gli spazi tra una parola e l’altra. Piccoli segni che, messi insieme, finiscono per raccontare molto. La grafologia, spiega, non è una forma di divinazione né un gioco di intuizioni. È piuttosto un metodo di osservazione. Il gesto grafico nasce da un movimento complesso che coinvolge mente e corpo, intenzione, coordinazione, ritmo, controllo. «Quando scriviamo – dice – mettiamo sulla carta il nostro modo di stare nel mondo».
Diplomata alla Scuola superiore di Grafologia di Bologna e iscritta all’Associazione Grafologi Italiani, da anni accompagna giovani e adulti in un percorso di conoscenza che passa proprio da lì, dal gesto grafico. Il tratto, la distanza tra le parole, la direzione delle righe, l’ampiezza delle lettere. Elementi che nella grafologia non sono mai casuali, perché ogni persona sviluppa nel tempo una grafia unica. A questo lavoro ha dedicato anche una tesi,« Il volto interiore della scrittura». Il titolo riassume bene il suo modo di guardare alla grafia: come si osserva un volto, con rispetto e attenzione, senza forzature. «Ogni scrittura è una storia», dice. «E ogni storia merita di essere letta con delicatezza».
Il suo riferimento è la scuola morettiana, fondata dal francescano Girolamo Moretti all’inizio del Novecento. Moretti, che per anni insegnò nei collegi e osservò migliaia di grafie, elaborò un sistema di analisi basato su numerosi segni grafici, ciascuno dei quali contribuisce a delineare aspetti del carattere e della personalità. Ancora oggi il metodo morettiano è considerato tra i più rigorosi nella tradizione grafologica italiana. «Scrivere è stata una tappa fondamentale nello sviluppo dell’umanità», racconta mentre sfoglia alcune grafie raccolte durante i suoi corsi. «Per secoli la scrittura è stata quasi un atto sacro, affidato a poche persone, scribi, monaci, funzionari. Era il modo per tramandare il sapere, le leggi, la memoria». Poi il gesto è diventato quotidiano. Ma non per questo ha perso il suo significato. «Rimane qualcosa di molto personale. Ogni scrittura è unica, proprio come lo è la persona che la produce».
Secondo Vissani, l’analisi grafologica può aiutare a mettere in luce diversi aspetti della personalità, il modo di adattarsi alle situazioni, l’energia psicofisica, il livello di maturità, la sicurezza, la capacità di organizzazione, il modo di entrare in relazione con gli altri. «Naturalmente – precisa subito – servono competenza e grande rispetto della privacy. La scrittura appartiene alla sfera più intima della persona. Non è qualcosa da interpretare con leggerezza». Per questo nei suoi corsi insiste molto sull’osservazione paziente. Prima si guarda l’insieme della grafia, poi si analizzano i singoli segni.
Tra chi ha partecipato ai suoi incontri c’è anche Tiziana Fenucci, giornalista. Si era iscritta con un obiettivo molto concreto, capire meglio i propri figli, in una fase della vita in cui i cambiamenti sono rapidi e non sempre facili da interpretare. «La grafologia mi ha aiutato a cogliere sfumature del loro carattere che non riuscivo a mettere a fuoco», racconta. «L’analisi che suor Anna Maria ha fatto della scrittura di mia figlia Emma, quando stava scegliendo la scuola superiore, ha messo in evidenza tratti che avevo davanti agli occhi ma che non sapevo definire».
Per lei il corso è stato anche un modo per riflettere sul valore della scrittura a mano, sempre più sacrificata a favore del digitale. «Oggi scriviamo quasi tutto al computer o sul telefono», dice. «Durante le lezioni ci è stato spiegato quanto la scrittura manuale sia importante anche per lo sviluppo cognitivo. Attiva aree del cervello che la digitazione sulla tastiera non coinvolge nello stesso modo».
Nel frattempo, arrivano richieste di genitori e insegnanti, spesso di coppie adulte; anche una casa editrice fa pervenire scritture di persone che inoltrano domanda di lavoro. Grafie ordinate e grafie irregolari, lettere grandi e minute, righe che salgono e altre che scendono. Ogni scrittura porta con sé una storia diversa. Suor Anna Maria le osserva con la stessa discrezione con cui le persone gliele consegnano; si confronta spesso con la grafologa Alessandra Cervellati di Bologna, sua insegnante e collega. Non ama attribuirsi meriti particolari. «Io mi limito a leggere ciò che la persona esprime attraverso la scrittura: sia i limiti (difficoltà, blocchi, ansie) che le potenzialità (creatività, intelligenza, capacità di sintesi e di relazione) di chi scrive», dice.
Poi prende una penna e traccia qualche segno su un foglio bianco, quasi a mostrare quanto il gesto della scrittura sia naturale e immediato. «È un incontro tra il visibile e l’invisibile», aggiunge. Sorride appena, come se quel confine fosse qualcosa che conosce bene. E forse, in fondo, lo è davvero. Basta osservare una pagina scritta per capire che, tra quelle righe, c’è sempre molto più di quello che si vede a prima vista.

