Sara e Noemi

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È proprio tempo di pensare alla speranza come tema per portare il futuro. Portare un futuro che è chiuso. La chiave di lettura che voglio dare al mio intervento è quella di far vedere come nella Scrittura la speranza non è quel sentimento onirico che in maniera fatalistica si attiva, ma è una passione per domani, una passione che è radicata in scelte strategiche, in una vigilanza, in una resistenza che a volte porta persino a comportamenti eterodossi.

Pensate a quando noi preghiamo “sia fatta la tua volontà” nel Padre nostro abbiamo l’idea che dobbiamo affidarci a Dio anche quando ci arrivano le tegole, poi da questo deriva un atteggiamento un po’ fatalista che quando ci capitano le brutte cose della vita diciamo: “è la volontà di Dio”. Chi ci ha fatto credere questo non ha presente il testo biblico perché secondo il testo biblico è Dio che ci invita a fare la sua volontà che è prima di tutto di camminare eretti, pieni di dignità verso il futuro, per cui il primo atteggiamento per aprirsi alla speranza è quello di recuperare una fiducia verso il domani, una fiducia “verso”, “oltre”.

Il termine fiducia è un altro modo per dire la fede. La fede biblica non è una fede di dottrine, un accettare una serie di convenzioni; la fede biblica si manifesta come l’atto di fiducia verso l’altro che irrompe nella tua vita e che ti sostiene a volte con mani forti, più spesso in modo fragile, ma con la convinzione di non essere soli e soprattutto con la convinzione che il cielo non è chiuso.

Anche di questo ci parla la scrittura che inizia a parlare in maniera molto fisica, perché la speranza nella scrittura è carne è sangue, la speranza è la possibilità di generare nuove vite, e questa possibilità viene data anche di fronte alla negazione della realtà. Vi siete mai chiesti perché nella scrittura vi sono tante donne sterili? Certo questa sterilità può essere un dato biologico ma è chiaramente un dato teologico; laddove la storia sembra chiusa, laddove la storia non sembra in grado di partorire qualcosa di nuovo ecco che Dio è pronto a prendere ciò che è chiuso rendendo fertile una donna che è già appassita.

Il tema della sterilità riguarda tutti i patriarchi: i nostri padri e le nostre madri hanno abitato il rischio continuo di una storia chiusa. È questo che dicono le storie di Sara, di Tamar che non riescono a procreare: non ci raccontano i problemi ginecologici di una donna, ma ci raccontano come ogni generazione rischia di non riuscire ad aprirsi al futuro, di non dare alle generazioni che vengono l’aprirsi alla speranza. E con questo rischio devono lottare fino a forzare la realtà.

Il dato della sterilità non è più semplicemente un dato biologico, ma è un modo attraverso cui la bibbia dice la teologia della storia. La storia non è in astratto, prima di tutto la storia è al plurale, la storia è “toledot” è le “generazioni”; la storia non è un concetto, la storia è partorita, la storia biblica è molto concreta ha a che fare con i ventri gravidi che si schiudono e che permettono alla vita di fluire.

La storia non è mai tranquilla, non è mai scontata: nella tradizione biblica infatti molti personaggi attraversano una sterilità che ha bisogno di essere sciolta attraverso l’intervento divino e quando Dio è latitante, attraverso la strategia di chi si ingegna per forzare la storia. Allora, racconti come la vicenda di Sara che desidera tanto un figlio che oltretutto le è stato promesso, il figlio della promessa, sono racconti che mettono a fuoco anche questo aspetto: che a volte alla speranza bisogna attaccarsi con strategie che forzino la realtà che sembra impossibilitata ad aprirsi alla speranza.

Sara è la prima icona in questa scena (Genesi 16-18); Sara è colei che riceve una promessa di fecondità quando ormai è avvizzita, quando non è più in grado di partorire la speranza … e allora si ingegna. La promessa tarda ad arrivare ed ecco che Sara decide di intervenire nella maniera che conosciamo: propone ad Abramo di giacere con la sua schiava e questa schiava sarà in grado di dargli un figlio.

E allora di fatto si crea un incidente di percorso nella storia della salvezza, ma un incidente importante perché dice l’audacia ed anche l’irriverenza di questa matriarca che osa sfidare Dio ad anticipare i tempi della speranza, e Dio non è in grado ancora di far sentire la sua ora, l’ora in cui la storia sarà gravida di qualcosa di nuovo.

Ma nasce un grande conflitto: anche Agar, ora che è gravida sente di essere abitata da una grande speranza che è la speranza di vedere cambiata la sua posizione, la speranza di non essere più una schiava; l’essere gravida di futuro le restituisce una dignità insperata e non importa se non è ebrea, se non è la padrona, non importa se è solo una schiava ed oltretutto egiziana, lei sente di poter guardare dall’alto in basso e di sfidare la sua padrona.

La padrona in realtà è più forte di lei e Agar è costretta alla fuga e nella fuga Agar fa un incontro, nella fuga costringe l’angelo del Signore a venirla a cercare, l’angelo del Signore la cerca e le dice “Agar da dove vieni dove stai andando” e Agar gli racconta il suo dolore e … il Signore le dice (e questo sembra strano) “ritorna a casa, torna dalla tua padrona e sottomettiti a lei”.

Agar ritorna: non c’è nessuna possibilità di futuro per lei al di fuori del clan e si sottomette a Sara e darà questo figlio. La vicenda va ancora avanti: questo figlio e Agar saranno cacciati e Dio a questo punto interviene e se ne prende cura personalmente. Agar anticipa la storia di Israele nel deserto; Agar si trova ad essere sotto la diretta responsabilità di Dio. Agar vive l’esperienza che Israele farà nel deserto e sarà nutrita da Dio, e sopratutto si trova a verificare che quanto le è stato promesso: se lei è stata schiava, suo figlio sarà libero come un puledro selvatico, – e non è poco per una schiava.

Allora voglio rendervi attenti che tutte le volte che vi trovate di fronte a donne sterili dovete leggere il problema di un popolo che rischia di vedere la propria storia chiusa. E questo ci richiama al presente. Nichilismo, non futuro, questa esperienza che viviamo nei nostri giorni e che ci fa sentire il futuro come minaccia è  un’esperienza già data, già conosciuta nella storia ed è raccontata attraverso quella categoria, che forse non è proprio consona a noi gente moderna, della sterilità.

Insisto su questa categoria perché la speranza è un ventre gravido, la speranza è la pienezza e allora comprendete meglio le parole di quella donna disperata che è Noemi (Libro di Rut). La moglie di Elimelech era andata via insieme ai figli nel paese di Moab – c’era stata una carestia, altro tema legato alla speranza e alla non speranza – e poi la vita l’aveva così segnata che si era trovata vedova e senza figli, con a carico solo due nuore, Ruth e Orpa.

La prima volta che compare nella bibbia la parola speranza è nella bocca di una disperata Noemi che dice a Ruth e Orpa: “ritornatevene a casa, io non ho niente da darvi, sono vuota e se anche ci fosse la speranza che nel mio ventre ci fosse un bambino voi avreste la pazienza di aspettare che cresca per prendere in marito e vedere la sua storia aperta”.

Non è un caso che la parola speranza compaia in una donna che così racconta la sua vita nel momento che torna al villaggio e le donne la riconoscono: “non chiamatemi Noemi (=dolcezza), chiamatemi Mara perché la mano di Dio ha reso amari i miei giorni e si è accanito contro di me, io sono partita piena e sono ritornata vuota”. Anche qui non sta soltanto denunciando una situazione biologica: è partita con due figli ritorna vedova e senza figli, ma sta raccontando anche un vuoto esistenziale, sta raccontando anche un vuoto progettuale.

Allora vedete che dietro questa categoria c’è molto di più di un problema di maternità perché queste donne sono anche archetipi tipologici; la posta in gioco dietro queste storie è molto più complessa che l’idea della povera donna ebrea che nel contesto patriarcale l’unica possibilità che ha di realizzazione è sfornare figli. Perché questo ci aiuta anche a capire la nostra storia cristiana quando un Dio è raccontato come colui che fa tre cose impossibili.

La prima cosa impossibile (ma gliela abbiamo visto fare in passato): rende fertile una vecchia, una donna avvizzita viene riaperta alla maternità: Elisabetta. Dio nel vangelo di Luca entra in scena attraverso questo archetipo ed Elisabetta si trova fertile; con anche la parodia di un uomo della speranza che non è in grado di aprirsi alla speranza per cui rimane muto, chiuso; c’è una speranza che non riesce ad essere proclamata.

La seconda cosa che fa questo Dio cui niente è impossibile è che riesce ad aprire il cuore anche ai disperati. Lo racconta ancora il vangelo di Luca: prima ci racconta del giovane ricco che se ne andò perché aveva molti beni e commenta alla fine con le parole di Gesù molto amare che dicono “è più facile per un cammello entrare in una cruna d’ago che per un ricco entrare nel regno di Dio”; ma niente è impossibile a Dio e Luca poi lo dimostra con il gesto della conversione di un ricco, Zaccheo, che addirittura cerca Gesù, restituisce tutti i suoi beni, fa una confessione pubblica… Dio riapre ciò che è chiuso, come il cuore di un ricco.

La terza cosa: Dio non è in grado soltanto ad aprire qualcosa che chiuso perché è troppo tardi, Dio riesce ad aprire qualcosa che è chiuso perché è troppo presto: Maria , non aveva ancora l’età per rimanere incinta, era troppo giovane, era ancora una bambina. Il problema non è che non si fosse ancora accoppiata nell’atto in sé, ma anche se si fosse accoppiata non era ancora in età. Ma niente è impossibile a Dio!

Allora attraverso questo archetipo della bambina chiusa che viene aperta da Dio, ti viene raccontato di un Dio che riapre la storia sia quando questa è troppo presto che venga riaperta, sia quando è troppo tardi: per Dio non è mai né troppo presto né troppo tardi e Maria ed Elisabetta sono lì a dimostrarci questa verità della speranza, di una storia che non è chiusa sia nel passato che nel presente che nel futuro perché Dio riapre e rigenera vita anche in tempi disperati.

Ed è bello vedere però che questa intuizione, questo filo rosso sulla teologia della storia, questo di aprire ciò che è chiuso è stato molto frequentato da alcuni personaggi biblici. – Lidia Maggi-(articolo tratto da www.comunitasanfermo.it)

DIO – AMORE – MONDO

A12936769_1707624566155005_8394172625574435582_nncora il dialogo nella notte di Nicodemo. Quel dialogo tocca stavolta il tema della vita eterna. Che cosa intendeva Gesù con questa espressione? Non tanto una vita dilatata nel tempo quanto una vita qualitativamente diversa, vale a dire una vita trasfigurata da una bellezza che le può venire solo da Dio.

L’uomo, lasciato a se stesso, non ha la possibilità di appagare questo anelito e d’altra parte tutti i suoi desideri, persino i suoi errori, esprimono questa sua interna tensione verso il superamento dell’esistente per la conquista di una condizione inedita che attinga alla dimensione del divino.

Ora, se l’uomo non può farcela da solo, deve per questo abbandonare la speranza di poter raggiungere questa condizione?

È qui che si colloca la risposta di Gesù. Se l’uomo non può salire a Dio, c’è un Dio che discende verso l’uomo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. Dio è costituito proprio da questo movimento discendente: c’è una condiscendenza di Dio verso l’umanità. Perché questo movimento? Il motivo è affidato a delle parole semplici ma anche straordinariamente luminose: Dio ha tanto amato il mondo… Per amore… è proprio dell’amore abbracciare la condizione dell’amato permettendogli di accedere a uno stadio diverso di comprensione di sé, della vita, del mondo, dal basso, per un processo lento e graduale. Non per salti né per costrizioni.

Dio, amore, mondo: sono tre parole che prima di Gesù sembrava impossibile tenere insieme. Com’è possibile che Dio possa amare anche quelli che lo ignorano o che addirittura lo negano? Tra le due parole che sembravano inconciliabili, Dio e mondo, c’è una terza parola, amare, che supera le distanze e stabilisce un rapporto.

Noi sappiamo che Dio aveva già stabilito un rapporto particolare con un popolo. Qui però, nelle parole di Gesù a Nicodemo, non c’è di mezzo solo un popolo, ma tutta l’umanità: Dio ha tanto amato il mondo…

Ed è significativo anche il chiunque che ricorre nel brano evangelico come destinatario di questa salvezza offerta.

Chiunque rappresenta la famiglia umana. Dio è il Dio di tutti, senza distinzioni ed esclusioni.

E questo incontro tra Dio e il mondo avviene nella croce, avviene, cioè, in tutti quegli elementi di scarto che compongono l’umana esistenza. La croce è il luogo della riconciliazione. La ferita è chiamata a diventare feritoia. E la croce è il segno permanente che ci dà la certezza che Dio non vuole la nostra condanna, ma la nostra liberazione.

Non c’è peccato, per quanto grande, che sia più grande dell’amore di Dio. Non c’è delitto che non possa essere perdonato. Quella croce ci attesta che l’amore è più forte di ogni colpa.

Qui mi pare ci sia chiesto un cambio di prospettiva, un cambio di sguardo sul mondo. Il mondo, il nostro, è una realtà per la quale il Signore non cessa di sperare. C’è come una ostinazione di Dio nel portare avanti il suo progetto di salvezza e di amore nonostante le nostre resistenze. È un Dio che non ci chiede di temere il suo giudizio ma di credere al suo amore.

Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama.

Antonio Savone

MISERICORDIA

 Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza. Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto. A mio parere ciò mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di sé e della propria giustizia l’uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnità di fronte a Dio. Egli è in attesa della misericordia.
Non è di certo un caso che la parabola del buon samaritano sia particolarmente attraente per i contemporanei. E non solo perché in essa è fortemente sottolineata la componente sociale dell’esistenza cristiana, né solo perché in essa il samaritano, l’uomo non religioso, nei confronti dei rappresentanti della religione appare, per così dire, come colui che agisce in modo veramente conforme a Dio, mentre i rappresentanti ufficiali della religione si sono resi, per così dire, immuni nei confronti di Dio.
È chiaro che ciò piace all’uomo moderno. Ma mi sembra altrettanto importante tuttavia che gli uomini nel loro intimo aspettino che il samaritano venga in loro aiuto, che egli si curvi su di essi, versi olio sulle loro ferite, si prenda cura di loro e li porti al riparo. In ultima analisi essi sanno di aver bisogno della misericordia di Dio e della sua delicatezza.
Nella durezza del mondo tecnicizzato nel quale i sentimenti non contano più niente, aumenta però l’attesa di un amore salvifico che venga donato gratuitamente. Mi pare che nel tema della misericordia divina si esprima in un modo nuovo quello che significa la giustificazione per fede. A partire dalla misericordia di Dio, che tutti cercano, è possibile anche oggi interpretare daccapo il nucleo fondamentale della dottrina della giustificazione e farlo apparire ancora in tutta la sua rilevanza». (BENDETTO XVI)
(articolo tratto da www.avvenire.it) 

 

BELLEZZA DIVINA

IMG_20160103_144906Bellissima uscita a Firenze il 3 gennaio 2016, in occasione della visita alla mostra “Bellezza divina”. L’arte e la bellezza, nutrimento per l’anima e occasione di gioia e amicizia condivise. Il Centro di spiritualità “Sul Monte” di Castelplanio (AN) ha promosso questa tappa per farci entrare in punta di piedi, anche con l’arte, nel Mistero di Dio Amore.

“In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello c’è realmente la presenza di Dio”. (Simone Weil). La bellezza è un bene fragile, diceva Ovidio. Come un neonato, frutto dell’amore vero, la bellezza è un invito a essere amata, custodita, protetta. Anche nei tempi più bui, come il p12509005_1668341246750004_513331129332052972_n[1]iccolo figlio d’uomo la bellezza è speranza autentica che non tradisce, è aurora che non conosce tramonto. E’ qui e ora, è vita, natura opera d’arte. Ma è anche Oltre. E’ insieme Colui che crea, la creazione e il creato. E’ il volto vero dell’essere, il suo sorriso, il suo canto, la sua danza. La “via pulchritudinis” non è questione di estetica, è l’origine e la meta ultima, l’alba e il mistero della vita e la sua Apocalisse. Così scriveva Agostino: “Nella Trinità si trova la fonte suprema di tute le cose, la bellezza perfetta”. E ancora: “ Il Creatore ha tessuto tutte le sue opere ordinate all’unico fine: la bellezza”. In questa relazione tra finito e infinito non c’è domanda più autenticamente umana di quella che chiede bellezza (che è insieme domanda di bene e di vero). Rinunciarvi è consegnarsi alla sete – disperante e mai soddisfatta – del potere e del possesso, e precipitare così nel tunnel della violenza contro gli uomini e la natura. Solo la bellezza ha la capacità di creare e custodire, nel segno dell’amore e delle arti. In questa prospettiva si scioglie l’apparente paradosso di Dostoevskij: “Ma sapete (che l’umanità) può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non si potrebbe vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo? Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”. Ecco perché papa Francesco ha accolto nella Cappella Sistina centocinquanta poveri e ha offerto loro una “piccola carezza” nel segno di Michelangelo. “In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello – scriveva Simone Weil -, c’è realmente la presenza di Dio. C’è una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è segno. Il bello è la prova sperimentale che l’Incarnazione è possibile”. (Giovanni)

 

PERDONARE….NON E’ DIMENTICARE

L’arte della misericordia

Perdonare non è ‘dimenticare’. Non si tira un segno di penna sopra, non si ‘gira pagina’, non si ‘lascia perdere’, non si ‘aggiustano’ le cose: non si dimentica! Quando una corda è rotta, si può fare un nodo, ma resterà sempre quel nodo nel punto in cui la corda è stata riparata. Occorre lasciare spazio alle proprie ferite, per curarle con il perdono.
Bisogna scovare l’aggressione nascosta dentro di noi per trasformarla. Bisogna mettere la sofferenza all’esterno di sé fino al giorno in cui non si soffrirà più. Cristo è risorto, ma conservando il segno dei chiodi nelle sue mani. Perdonare non è dimenticare. Bisogna perdonare chi, che cosa? Un graffio? Ci possiamo passar sopra. Ma una ferita profonda penetra nel subconscio.
Ci sono offese che è umanamente impossibile perdonare. Il papà e la mamma che vedono la loro figlia morta, dopo essere stata violentata e ferita crudelmente, non dimenticheranno mai lo spettacolo di quel corpo. Si dice che bisogna dimenticare, ma Dio ha creato la memoria. E nel Vangelo ci dà la capacità di perdonare, che talvolta rientra nella sfera del miracoloso.
Ma non potrete mai dimenticare completamente l’offesa che vi è stata inflitta. Però, ogni volta che ripenserete alla colpa dell’altro, la vostra memoria vi ricorderà anche che gli avete perdonato. La psicologia del profondo e la psicanalisi ci ricordano che le ferite dimenticate lasciano tracce fisiche, psichiche, spirituali, comportamentali. Voler soffocare la memoria può causare grossi danni psicologici, perché un giorno il ricordo uscirà di nuovo.
Il filosofo Paul Ricoeur diceva che la condizione del perdono è la «vera memoria» liberata dall’ossessione. «Dimenticare? Impossibile. Bisogna ricordarsi di tutto per poter perdonare», diceva Jorge Semprún. Bisogna che la memoria sia molto forte, molto precisa, se si vuole perdonare davvero. Solo Dio può perdonare infinitamente. Il Signore getta i nostri errori in fondo al mare.
È nota la storia di Maïti Girtanner, una donna svizzera che, a quarant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha ritrovato il suo aguzzino, un medico delle Ss che aveva condotto su di lei degli ‘esperimenti’. Maïti, una giovane promessa della musica, era entrata nella Resistenza all’età di diciotto anni, dopo che i tedeschi avevano occupato la Francia. Nel 1943 fu arrestata dalla Gestapo.
Le sevizie inflittele dal suo aguzzino le provocarono sofferenze insopportabili per tutta la vita, che le preclusero per sempre il sogno di riprendere a suonare il piano, la sua passione. Quell’ex medico nazista volle incontrarla quando seppe di essere stato colpito da un male incurabile. Anche se l’operato di Maïti Girtanner come partigiana è già di per sé testimonianza di una fede formidabile nell’umano, è il suo perdono che entrerà nella Storia.
Nei terribili anni di solitudine che trascorse dopo la guerra, Maïti ebbe un desiderio folle di perdonare il suo torturatore per non ritrovarsi distrutta, questa volta nell’anima. Pregò per lui per quarant’anni. Fino a quel giorno del 1984 in cui ricevette una telefonata. Riconobbe la voce. Accettò di vederlo. Gli parlò dell’Amore di Dio.
«Nel momento di congedarsi – racconta Maïti Girtanner nel suo libro Même les bourreaux ont une âme – era in piedi, alla testa del mio letto, e un gesto irrefrenabile mi ha sollevato dai miei guanciali, benché mi facesse molto male: l’ho abbracciato per deporlo nel cuore di Dio. Lui mi ha detto, a voce molto bassa: ‘Perdono’. Era il bacio della pace che era venuto a cercare. Da quel momento ho compreso che avevo perdonato».  Guy Gilbert
(articolo tratto da sperarepertutti.typepad.com) 
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Il mondo visto con occhi e occhiali puliti

 

 CIMG3891Ottimismo: visione o creazione della realtà? Posta l’alternativa in questi termini secchi, non saprei quale delle due scegliere. Se rispondo che l’ottimismo è “visione” della realtà, mi si potrebbe dire che chiudo gli occhi davanti al male e adotto una concezione ingenua della vita. Se rispondo che è “creazione” della realtà, ecco qualcuno pronto a giurare che sono un idealista, un hegeliano di destra, e che non credo nell’esistenza oggettiva delle cose. Essendo cattolico e simpatizzante di san Tommaso (si può dire in una rivista… francescana?), potrei cavarmela con un et-et: perché, in effetti, penso che l’ottimismo sia visione e creazione della realtà. In un certo senso il vocabolario Treccani conforta questa mia scelta, illustrando così il termine “ottimismo”: «Nel linguaggio comune, la disposizione psicologica che induce a scegliere e considerare prevalentemente i lati migliori della realtà, oppure ad attendersi uno sviluppo favorevole del corso degli eventi (in contrapposizione a pessimismo)».

L’ottimismo è prima di tutto visione, perché scorge e apprezza nella realtà quegli elementi positivi, spesso nascosti, che la tradizione cristiana, inaugurata da Gesù e rilanciata da san Giovanni XXIII, chiama “i segni dei tempi”. È famoso il passaggio di papa Giovanni nella bolla di indizione del concilio Vaticano II: «Anime sfiduciate non vedono altro che tenebre gravare sulla faccia della terra.

Noi, invece, amiamo riaffermare tutta la nostra fiducia nel Salvatore nostro, che non si è dipartito dal mondo, da Lui redento. Anzi, facendo nostra la raccomandazione di Gesù di saper distinguere “i segni dei tempi” (Mt 16,3), ci sembra di scorgere, in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi che fanno bene sperare sulle sorti della Chiesa e della umanità» (Costituzione apostolica Humanae Salutis, del 25 dicembre 1961).

Il cristiano non può accodarsi ai lamentoni di professione – da papa Giovanni più elegantemente definiti “anime sfiduciate” – i quali vedono sempre nero, rimpiangono continuamente i bei tempi andati e prospettano catastrofi per il futuro; e non perché il cristiano sia ingenuo, ma perché ha fede in un Dio incarnato, presente, amorevole e provvidente.

Un Dio che ha perforato perfino il muro della morte, aprendovi un varco di vita. Un Dio capace di rischiarare il buio della sofferenza, mantenendo accesa la lampada della speranza. Per il cristiano queste non sono parole al vento, facili consolazioni o versi poetici: sono il faro dell’esistenza. Lo Spirito, per mezzo del quale “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori” (Rm 5,5), lavora in profondità e spesso – come è nello stile dell’amore vero – nel silenzio e nell’indifferenza di tanti.

Il primo compito del cristiano è quello di pulirsi bene gli occhi (o gli occhiali, nel caso) per vedere il bene già esistente attorno a lui e per collaborare a perfezionarlo. Adottando questa ottica, il concilio Vaticano II ha saputo avviare o riattivare un vero dialogo tra il vangelo e le culture, tra il cristianesimo e le altre religioni, tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese e comunità cristiane. ( Erio Castellucci Arcivescovo di Modena-Nonantola)

 

IL SANGUE DI CRISTO CHIAMA A NOVITA’ DI VITA

  arriva l'aurora051“Sul Monte Dio provvede”- Centro di Spiritualità a Castelplanio (AN)

 “Goccia a goccia / come stille di sangue / colmi la mia coppa di vino.

Grappoli spremuti / dal torchio della vita, / resi ricchi e succosi / dalla linfa della vite.

Bagno le mie labbra alla coppa / e assaporo la gioia della festa.”

E’ difficile sintetizzare in poche righe il cammino di anni e quello che l’incontro con il Centro di Spiritualità “ Sul Monte” ha portato nella mia vita, ma provo a farlo, ringraziando innanzitutto l’Amore, fonte inesauribile di grazia e di misericordia e, strumenti docili del suo progetto, suor Anna Maria, suor Maria Rosa e don Mariano.

(Davvero sei un Dio paziente e fedele!) Il primo ricordo è di circa trent’anni fa, appena uscita dal liceo, in quelle stanze calde e accoglienti di piazza della Repubblica, con “l’anno di volontariato”, un anno vocazionale (gia’, vocazionale! Ora, a distanza di trent’anni, so che “vocazione” e’ l’azione di chiamare. E se Qualcuno ti chiama per nome è perché sa chi sei e tu ti riconosci in quel nome. E solo dopo puoi rispondere), con le Suore Adoratrici del Sangue di Cristo, embrione di quello che sarebbe diventato il Centro di Spiritualità “Sul Monte”. Ricordo gli incontri di preparazione e l’atmosfera che si respirava. Mi rivedo in cappellina a pregare il salmo 139: “ Signore, tu mi scruti e

mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie.” A Lui erano note, a me non ancora, anzi, erano piuttosto nebulose. L’anno di volontariato prese il via senza di me; non avevo avuto la forza di contraddire i miei genitori e partii per l’università, andando oltretutto piuttosto lontano. Per qualche anno ho continuato la mia vita e coltivato varie esperienze fino all’anno del mio matrimonio. Stavolta non erano le suore del Preziosissimo Sangue ma i missionari, quelli di San Gaspare, in missione appunto nella mia parrocchia proprio in quel periodo e che ricordo come un’esperienza forte ed intensa. E sempre in quel periodo, in un momento di fatica e di ricerca, ricordo un’altra salita su quel monte dove “Dio provvede”. E quindi il matrimonio, i figli, il lavoro,

la parrocchia, il catechismo e una miriade di esperienze alla ricerca di qualcosa che colmasse una nostalgia profonda e il desiderio di vita piena. Ogni tanto, sporadicamente, tornavo al Centro di Spiritualità “Sul Monte”, sicuramente luogo fisico, ma anche metafora del cammino interiore e spirituale che stavo facendo, fatto di discese e risalite, deserti e valli. C’è una frase che mi risuona guardando al passato, è di fratel Arturo Paoli: “Voltandomi indietro trovo con molta gioia che le svolte della mia vita sono state sempre guidate da Colui che chiamo L’Amico e la sua voce costantemente mi avvisa -obbedisci, poi capirai. ”. E il Signore è un grande pedagogo. Dovevo, il più delle volte senza capire, prima sperimentare e vivere nella quotidianità della mia vita, a volte ben torchiata, il significato profondo del Sangue versato, il mistero pasquale di morte e resurrezione, finché pian piano ho scorto i segni della Sua presenza. Una serie di circostanze mi hanno riportata ultimamente e più assiduamente al Centro. E lì, “sul monte”, il Signore si è “fatto vedere”. E ha il volto splendente del Cristo che ama me e ciascuno fino a dare la vita, fino al Sangue versato. Il sangue che irriga i sentieri della storia e li vivifica, che è fecondo di infinito, che spinge ad osare passi nuovi, che chiede di essere donato nella gratuità perché altre vite risorgano dalla disillusione, dalla disperazione, dal vuoto, dal non senso, che è sforzo supremo di far brillare il bene e la vita dove l’uomo grida morte e dolore, che nel mistero pasquale rivela il volto misericordioso del Padre.

Mistero che abita la mia vita, di tutti e di ogni cosa, mistero che si incarna nella storia, mistero che chiede abbandono nella certezza della Sua parola: “ Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, mistero che è passione e gloria, passione che ci macina come frumento e che è anelito del cuore che spinge ad amare oltre misura certi che, perdendo tutto, siamo già risorti con Lui nella vita dell’Eterno. Ora il “disegno” è più chiaro, “ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e come quelle della terra”, l’identità pasquale abbraccia l’uomo, la storia, il creato. Ed è lo spirito del Risorto che con forza ripete ancora oggi: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. E allora il Centro di Spiritualità “Sul Monte” è stato ed è, con le sue molteplici attività, dono prezioso e riferimento importante per scoprire il soffio dello Spirito nella nostra esistenza, liberarlo e nutrirlo, luogo di formazione, di silenzio e preghiera, dove identità, centro e culmine è il mistero eucaristico del Corpo e Sangue di Cristo, al quale attingiamo l’energia di vita divina che ci rende capaci di incarnarlo nella storia e collaborare alla costruzione del Regno.

(Cristiana Filipponi di Jesi- AN)

VERSO LA LUCE

La fede del cristiano è vivere la pasqua

L’ingresso nella grande settimana suggerisce l’idea di un esodo, un cammino di liberazione che permette di passare da un mondo a un altro. Non bisogna mai temere di mettersi in cammino, né di abbandonare per un breve intervallo di tempo quel clima di superficialità nel quale il più delle volte viviamo.
Per ritrovare il significato profondo della grande settimana e gustarla in tutto il suo spessore i cristiani devono imparare a dedicarvi tempo. Ci vuole coraggio per sbarazzarsi di tutto il “vecchiume”, ciò che è abitudinario, le pose “inacidite”, i vecchi orizzonti, le solite occupazioni e preoccupazioni, le vecchie angosce…
La vera domanda da porsi per il cristiano è: sono disposto a perdere del tempo per poterlo ritrovare come dono alla sorgente? Il cristiano grazie alla liturgia, ai suoi testi, ai suoi canti, alla ricchezza dei suoi segni, accede alla visione della grazia pasquale. La Pasqua nella liturgia diventa per lui visione, precisamente nel senso in cui ne parlano i testi sacri.
La fede del cristiano? Disarmante semplicità: è vivere la pasqua! È questo, è tutto qui… Non è che questo: in ogni istante, in ogni prova, in ogni vertigine che ti coglie. Una volta che tu sai che “pasqua” vuol dire “passaggio”, comprendi che si tratterà costantemente di operare un passaggio: dalla notte al giorno, dal male al bene, dalla sofferenza alla pace, dalla carenza all’abbondanza.
O l’inverso. In ogni caso mai come un sovrapporsi statico di esperienze, ma come cammino dinamico. Il credente sa decifrare la forza costante di questa creazione interiore, spirituale, al cuore stesso di tutti gli istanti della propria vita. Pasqua è vivere costantemente questo passaggio in Dio di tutto il nostro essere…
Semplicità. Scopriamo qui la possibilità di accedere a un’altra realtà, completamente trasfigurata, del mondo. In fondo, Cristo riporta la materia alla sua origine di luce, la rivela come in un fotogramma; cosa riconducibile al mistero dello Spirito. Come comprendere altrimenti la parola che ci dice che “Dio è luce” (1Gv 1,5)?
Non vi è altra prova che rischiare di persona, come ricorda un proverbio cinese che non mi stanco mai di citare: “La farfalla conosce la fiamma alla quale si consegna”. A chi chiede di conoscere la fede cristiana mi viene sempre voglia di rispondere: “Vuoi conoscere la luce della Pasqua? Celebrala! E lasciati bruciare d’amore fino al culmine, la croce”.
La grande settimana celebra questo ritorno alla luce. Il mondo è nato, ci dice la fisica contemporanea, da un’eccedenza di fulgore. Tutto è partito da quella sorgente originaria che è l’atto più bello; immaginiamo quell’istante, un frammento, un’esplosione di luce candida. Nel mistero della resurrezione vi è qualcosa che assomiglia a un ritorno della materia al mistero di Dio. In Cristo l’intero cosmo è tornato alla sorgente, nel suo splendore e nella sua luce.
André Gouzes
in “La notte luminosa. Iniziazione al mistero della Pasqua, Qiqajon”
 
(tratto da sperarepertutti.typepad.com)