Sara e Noemi

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È proprio tempo di pensare alla speranza come tema per portare il futuro. Portare un futuro che è chiuso. La chiave di lettura che voglio dare al mio intervento è quella di far vedere come nella Scrittura la speranza non è quel sentimento onirico che in maniera fatalistica si attiva, ma è una passione per domani, una passione che è radicata in scelte strategiche, in una vigilanza, in una resistenza che a volte porta persino a comportamenti eterodossi.

Pensate a quando noi preghiamo “sia fatta la tua volontà” nel Padre nostro abbiamo l’idea che dobbiamo affidarci a Dio anche quando ci arrivano le tegole, poi da questo deriva un atteggiamento un po’ fatalista che quando ci capitano le brutte cose della vita diciamo: “è la volontà di Dio”. Chi ci ha fatto credere questo non ha presente il testo biblico perché secondo il testo biblico è Dio che ci invita a fare la sua volontà che è prima di tutto di camminare eretti, pieni di dignità verso il futuro, per cui il primo atteggiamento per aprirsi alla speranza è quello di recuperare una fiducia verso il domani, una fiducia “verso”, “oltre”.

Il termine fiducia è un altro modo per dire la fede. La fede biblica non è una fede di dottrine, un accettare una serie di convenzioni; la fede biblica si manifesta come l’atto di fiducia verso l’altro che irrompe nella tua vita e che ti sostiene a volte con mani forti, più spesso in modo fragile, ma con la convinzione di non essere soli e soprattutto con la convinzione che il cielo non è chiuso.

Anche di questo ci parla la scrittura che inizia a parlare in maniera molto fisica, perché la speranza nella scrittura è carne è sangue, la speranza è la possibilità di generare nuove vite, e questa possibilità viene data anche di fronte alla negazione della realtà. Vi siete mai chiesti perché nella scrittura vi sono tante donne sterili? Certo questa sterilità può essere un dato biologico ma è chiaramente un dato teologico; laddove la storia sembra chiusa, laddove la storia non sembra in grado di partorire qualcosa di nuovo ecco che Dio è pronto a prendere ciò che è chiuso rendendo fertile una donna che è già appassita.

Il tema della sterilità riguarda tutti i patriarchi: i nostri padri e le nostre madri hanno abitato il rischio continuo di una storia chiusa. È questo che dicono le storie di Sara, di Tamar che non riescono a procreare: non ci raccontano i problemi ginecologici di una donna, ma ci raccontano come ogni generazione rischia di non riuscire ad aprirsi al futuro, di non dare alle generazioni che vengono l’aprirsi alla speranza. E con questo rischio devono lottare fino a forzare la realtà.

Il dato della sterilità non è più semplicemente un dato biologico, ma è un modo attraverso cui la bibbia dice la teologia della storia. La storia non è in astratto, prima di tutto la storia è al plurale, la storia è “toledot” è le “generazioni”; la storia non è un concetto, la storia è partorita, la storia biblica è molto concreta ha a che fare con i ventri gravidi che si schiudono e che permettono alla vita di fluire.

La storia non è mai tranquilla, non è mai scontata: nella tradizione biblica infatti molti personaggi attraversano una sterilità che ha bisogno di essere sciolta attraverso l’intervento divino e quando Dio è latitante, attraverso la strategia di chi si ingegna per forzare la storia. Allora, racconti come la vicenda di Sara che desidera tanto un figlio che oltretutto le è stato promesso, il figlio della promessa, sono racconti che mettono a fuoco anche questo aspetto: che a volte alla speranza bisogna attaccarsi con strategie che forzino la realtà che sembra impossibilitata ad aprirsi alla speranza.

Sara è la prima icona in questa scena (Genesi 16-18); Sara è colei che riceve una promessa di fecondità quando ormai è avvizzita, quando non è più in grado di partorire la speranza … e allora si ingegna. La promessa tarda ad arrivare ed ecco che Sara decide di intervenire nella maniera che conosciamo: propone ad Abramo di giacere con la sua schiava e questa schiava sarà in grado di dargli un figlio.

E allora di fatto si crea un incidente di percorso nella storia della salvezza, ma un incidente importante perché dice l’audacia ed anche l’irriverenza di questa matriarca che osa sfidare Dio ad anticipare i tempi della speranza, e Dio non è in grado ancora di far sentire la sua ora, l’ora in cui la storia sarà gravida di qualcosa di nuovo.

Ma nasce un grande conflitto: anche Agar, ora che è gravida sente di essere abitata da una grande speranza che è la speranza di vedere cambiata la sua posizione, la speranza di non essere più una schiava; l’essere gravida di futuro le restituisce una dignità insperata e non importa se non è ebrea, se non è la padrona, non importa se è solo una schiava ed oltretutto egiziana, lei sente di poter guardare dall’alto in basso e di sfidare la sua padrona.

La padrona in realtà è più forte di lei e Agar è costretta alla fuga e nella fuga Agar fa un incontro, nella fuga costringe l’angelo del Signore a venirla a cercare, l’angelo del Signore la cerca e le dice “Agar da dove vieni dove stai andando” e Agar gli racconta il suo dolore e … il Signore le dice (e questo sembra strano) “ritorna a casa, torna dalla tua padrona e sottomettiti a lei”.

Agar ritorna: non c’è nessuna possibilità di futuro per lei al di fuori del clan e si sottomette a Sara e darà questo figlio. La vicenda va ancora avanti: questo figlio e Agar saranno cacciati e Dio a questo punto interviene e se ne prende cura personalmente. Agar anticipa la storia di Israele nel deserto; Agar si trova ad essere sotto la diretta responsabilità di Dio. Agar vive l’esperienza che Israele farà nel deserto e sarà nutrita da Dio, e sopratutto si trova a verificare che quanto le è stato promesso: se lei è stata schiava, suo figlio sarà libero come un puledro selvatico, – e non è poco per una schiava.

Allora voglio rendervi attenti che tutte le volte che vi trovate di fronte a donne sterili dovete leggere il problema di un popolo che rischia di vedere la propria storia chiusa. E questo ci richiama al presente. Nichilismo, non futuro, questa esperienza che viviamo nei nostri giorni e che ci fa sentire il futuro come minaccia è  un’esperienza già data, già conosciuta nella storia ed è raccontata attraverso quella categoria, che forse non è proprio consona a noi gente moderna, della sterilità.

Insisto su questa categoria perché la speranza è un ventre gravido, la speranza è la pienezza e allora comprendete meglio le parole di quella donna disperata che è Noemi (Libro di Rut). La moglie di Elimelech era andata via insieme ai figli nel paese di Moab – c’era stata una carestia, altro tema legato alla speranza e alla non speranza – e poi la vita l’aveva così segnata che si era trovata vedova e senza figli, con a carico solo due nuore, Ruth e Orpa.

La prima volta che compare nella bibbia la parola speranza è nella bocca di una disperata Noemi che dice a Ruth e Orpa: “ritornatevene a casa, io non ho niente da darvi, sono vuota e se anche ci fosse la speranza che nel mio ventre ci fosse un bambino voi avreste la pazienza di aspettare che cresca per prendere in marito e vedere la sua storia aperta”.

Non è un caso che la parola speranza compaia in una donna che così racconta la sua vita nel momento che torna al villaggio e le donne la riconoscono: “non chiamatemi Noemi (=dolcezza), chiamatemi Mara perché la mano di Dio ha reso amari i miei giorni e si è accanito contro di me, io sono partita piena e sono ritornata vuota”. Anche qui non sta soltanto denunciando una situazione biologica: è partita con due figli ritorna vedova e senza figli, ma sta raccontando anche un vuoto esistenziale, sta raccontando anche un vuoto progettuale.

Allora vedete che dietro questa categoria c’è molto di più di un problema di maternità perché queste donne sono anche archetipi tipologici; la posta in gioco dietro queste storie è molto più complessa che l’idea della povera donna ebrea che nel contesto patriarcale l’unica possibilità che ha di realizzazione è sfornare figli. Perché questo ci aiuta anche a capire la nostra storia cristiana quando un Dio è raccontato come colui che fa tre cose impossibili.

La prima cosa impossibile (ma gliela abbiamo visto fare in passato): rende fertile una vecchia, una donna avvizzita viene riaperta alla maternità: Elisabetta. Dio nel vangelo di Luca entra in scena attraverso questo archetipo ed Elisabetta si trova fertile; con anche la parodia di un uomo della speranza che non è in grado di aprirsi alla speranza per cui rimane muto, chiuso; c’è una speranza che non riesce ad essere proclamata.

La seconda cosa che fa questo Dio cui niente è impossibile è che riesce ad aprire il cuore anche ai disperati. Lo racconta ancora il vangelo di Luca: prima ci racconta del giovane ricco che se ne andò perché aveva molti beni e commenta alla fine con le parole di Gesù molto amare che dicono “è più facile per un cammello entrare in una cruna d’ago che per un ricco entrare nel regno di Dio”; ma niente è impossibile a Dio e Luca poi lo dimostra con il gesto della conversione di un ricco, Zaccheo, che addirittura cerca Gesù, restituisce tutti i suoi beni, fa una confessione pubblica… Dio riapre ciò che è chiuso, come il cuore di un ricco.

La terza cosa: Dio non è in grado soltanto ad aprire qualcosa che chiuso perché è troppo tardi, Dio riesce ad aprire qualcosa che è chiuso perché è troppo presto: Maria , non aveva ancora l’età per rimanere incinta, era troppo giovane, era ancora una bambina. Il problema non è che non si fosse ancora accoppiata nell’atto in sé, ma anche se si fosse accoppiata non era ancora in età. Ma niente è impossibile a Dio!

Allora attraverso questo archetipo della bambina chiusa che viene aperta da Dio, ti viene raccontato di un Dio che riapre la storia sia quando questa è troppo presto che venga riaperta, sia quando è troppo tardi: per Dio non è mai né troppo presto né troppo tardi e Maria ed Elisabetta sono lì a dimostrarci questa verità della speranza, di una storia che non è chiusa sia nel passato che nel presente che nel futuro perché Dio riapre e rigenera vita anche in tempi disperati.

Ed è bello vedere però che questa intuizione, questo filo rosso sulla teologia della storia, questo di aprire ciò che è chiuso è stato molto frequentato da alcuni personaggi biblici. – Lidia Maggi-(articolo tratto da www.comunitasanfermo.it)

DIO – AMORE – MONDO

A12936769_1707624566155005_8394172625574435582_nncora il dialogo nella notte di Nicodemo. Quel dialogo tocca stavolta il tema della vita eterna. Che cosa intendeva Gesù con questa espressione? Non tanto una vita dilatata nel tempo quanto una vita qualitativamente diversa, vale a dire una vita trasfigurata da una bellezza che le può venire solo da Dio.

L’uomo, lasciato a se stesso, non ha la possibilità di appagare questo anelito e d’altra parte tutti i suoi desideri, persino i suoi errori, esprimono questa sua interna tensione verso il superamento dell’esistente per la conquista di una condizione inedita che attinga alla dimensione del divino.

Ora, se l’uomo non può farcela da solo, deve per questo abbandonare la speranza di poter raggiungere questa condizione?

È qui che si colloca la risposta di Gesù. Se l’uomo non può salire a Dio, c’è un Dio che discende verso l’uomo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. Dio è costituito proprio da questo movimento discendente: c’è una condiscendenza di Dio verso l’umanità. Perché questo movimento? Il motivo è affidato a delle parole semplici ma anche straordinariamente luminose: Dio ha tanto amato il mondo… Per amore… è proprio dell’amore abbracciare la condizione dell’amato permettendogli di accedere a uno stadio diverso di comprensione di sé, della vita, del mondo, dal basso, per un processo lento e graduale. Non per salti né per costrizioni.

Dio, amore, mondo: sono tre parole che prima di Gesù sembrava impossibile tenere insieme. Com’è possibile che Dio possa amare anche quelli che lo ignorano o che addirittura lo negano? Tra le due parole che sembravano inconciliabili, Dio e mondo, c’è una terza parola, amare, che supera le distanze e stabilisce un rapporto.

Noi sappiamo che Dio aveva già stabilito un rapporto particolare con un popolo. Qui però, nelle parole di Gesù a Nicodemo, non c’è di mezzo solo un popolo, ma tutta l’umanità: Dio ha tanto amato il mondo…

Ed è significativo anche il chiunque che ricorre nel brano evangelico come destinatario di questa salvezza offerta.

Chiunque rappresenta la famiglia umana. Dio è il Dio di tutti, senza distinzioni ed esclusioni.

E questo incontro tra Dio e il mondo avviene nella croce, avviene, cioè, in tutti quegli elementi di scarto che compongono l’umana esistenza. La croce è il luogo della riconciliazione. La ferita è chiamata a diventare feritoia. E la croce è il segno permanente che ci dà la certezza che Dio non vuole la nostra condanna, ma la nostra liberazione.

Non c’è peccato, per quanto grande, che sia più grande dell’amore di Dio. Non c’è delitto che non possa essere perdonato. Quella croce ci attesta che l’amore è più forte di ogni colpa.

Qui mi pare ci sia chiesto un cambio di prospettiva, un cambio di sguardo sul mondo. Il mondo, il nostro, è una realtà per la quale il Signore non cessa di sperare. C’è come una ostinazione di Dio nel portare avanti il suo progetto di salvezza e di amore nonostante le nostre resistenze. È un Dio che non ci chiede di temere il suo giudizio ma di credere al suo amore.

Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama.

Antonio Savone