LA CROCE

croce monticelliEssere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è di essere con l’amato, unito, stretto, incollato a lui, per poi trascinarlo fuori con sé nel mattino di Pasqua. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. Solo la croce toglie ogni dubbio. La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante. Dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa… Fuori Gerusalemme, sulla collina, il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d’amore

BISOGNO DI MISERICORDIA

In occasione dell’apertura del concilio, l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII pronunciò la prolusione Gaudet mater ecclesia, un testo ispirato, profetico, che orientò lo svolgimento del Vaticano II in modo differente rispetto ai concili precedenti. Consapevole che la Chiesa ha il dovere di opporsi agli errori e anche di condannarli con la massima severità, come era avvenuto nel passato, Papa Giovanni tuttavia dichiarava con convinzione: «Quanto al tempo presente … la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore… Così la Chiesa cattolica … vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati».

Con queste parole si poneva fine a un’epoca caratterizzata da una forte intransigenza assunta nella dottrina, nella morale e nel confronto tra Chiesa e società, tra cattolici e quanti non appartenevano alla Chiesa. È l’apertura al dialogo che successivamente Paolo VI delineò in modo mirabile nell’Ecclesiam suam e che il concilio fece propria, aprendo brecce, abbattendo muri e bastioni, inaugurando quello scambio, quell’ascolto dell’umanità di oggi che in questi cinquant’anni ha sì conosciuto rallentamenti, senza tuttavia mai venir meno.

È in questa linea che, fin dall’inizio del suo pontificato, Papa Francesco ha fatto risuonare con tono rinnovato e forte la parola misericordia. Le parole rivolte ai parroci di Roma nel marzo dello scorso anno — «[occorre] ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro. Noi stiamo vivendo in tempo di misericordia» — rivelano il cuore e il programma dell’attuale pontificato.

 

Più che mai oggi i cristiani, e gli uomini e le donne con loro, in questa situazione mondiale che sentono tanto precaria e segnata da ogni tipo di ferita, abbisognano dell’annuncio della misericordia del Signore. Quando Papa Francesco dice: «La Chiesa oggi possiamo pensarla come un “ospedale da campo” … Lo vedo così, lo sento così: un “ospedale da campo”.

C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Tante ferite!», di fatto fa prevalere su altre immagini della Chiesa, che certo non nega né esclude, quella di una Chiesa che cura le ferite, che si piega sull’uomo, che non ha paura di essere contagiata, che sceglie la prossimità dei peccatori e di tutti coloro che hanno bisogno di salvezza.

Comprendiamo bene queste sue parole: «Né lassismo né rigorismo [ma] una misericordia [che è] sofferenza pastorale. Soffrire per e con le persone. E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre soffrono per i figli; mi permetto di dire, anche con ansia. Non avere vergogna della carne del tuo fratello. Alla fine, saremo giudicati su come avremo saputo avvicinarci a ogni carne».

 

In tutti gli interventi di Papa Francesco c’è un’insistenza sulla doverosa “prossimità”, sulla vicinanza, sul farsi prossimo (cfr. Luca, 10, 36) alla carne del fratello, che è carne umana, di uomini e donne piagati dalla sofferenza e dal peccato, bisognosi di qualcuno che si prenda cura di loro. Ma a nessuno di noi sfugge che questo è semplicemente lo stile di Gesù nel Vangelo, del Gesù che è venuto «a portare la buona notizia ai poveri, a proclamare la liberazione ai prigionieri, ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare un anno di grazia del Signore» (cfr. Luca, 4, 18- 19; Isaia, 61, 1-2).

Sovente rischiamo di avere sulla Chiesa uno sguardo che non è lo sguardo di Gesù: vediamo la Chiesa come comunità di salvati, insieme di eletti, come realtà in cui ci sono “giusti” distinti da ingiusti e peccatori, ravvisabili sempre negli altri fuori dalla Chiesa, quando non addirittura chiamati e giudicati nemici della Chiesa. Lo sguardo di Gesù, invece, vede la Chiesa, sua sposa amata, come una comunità di peccatori sempre da lui perdonati nel dono del calice, una comunità che non ha consistenza in se stessa ma solo nella fede in Cristo. Chi è il peccatore? «Innanzitutto io», dice il cristiano, e si guarda bene dal giudicare gli altri.

Quando il Papa, con il suo linguaggio diretto e pieno di misericordia, più volte ha esclamato, anche nel corso di omelie: «Chi sono io per giudicare?», ha assunto la postura di Gesù di fronte all’adultera: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Giovanni, 8, 11), e ha messo in pratica in modo epifanico il comando di Gesù: «Non giudicate e non sarete giudicati» (Luca, 6, 37; cfr. Matteo, 7, 1), che deve essere letto accanto a: «Siate misericordiosi e otterrete misericordia» (cfr. Matteo, 5, 7). In questo si mostra anche fedele successore di Pietro, che così si giustifica per aver battezzato degli incirconcisi a Cesarea: «Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?».

Dicevano i padri del deserto: «Chi riconosce di essere peccatore, e dunque riconosce il proprio peccato, è più grande di uno che risuscita i morti». Ecco la misericordia schietta, evangelica: non il lassismo di chi non discerne il bene dal male, ma una vera assunzione di responsabilità verso l’altro, il peccatore, una capacità di mostrare la misericordia che è il volto stesso di Dio. Per questo il Papa, in un’altra omelia, annota che «il perdono di Gesù va oltre la legge», che chiede la punizione.

«Gesù va oltre la legge … Questo è il mistero della [sua] misericordia … Gesù difende il peccatore anche dalla giusta condanna». Eppure la severità a volte emerge con forza nelle parole di Papa Francesco, severità mai contro i peccatori, ma contro i «corrotti», che per lui sono i peccatori che si sono venduti, coloro che vivono il peccato in modo nascosto e senza pentimento, fieri di non essere scoperti, i peccatori «con i guanti bianchi», che approfittano della loro posizione di potere sacrale o ecclesiastico per peccare più facilmente e impunemente.

Il tema della misericordia e della Chiesa misericordiosa è riproposto con forza da Papa Francesco in un passaggio dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, che cita a sua volta Tommaso d’Aquino: «La misericordia è in se stessa la più grande delle virtù, infatti spetta ad essa donare ad altri e, quello che più conta, sollevare le miserie altrui. Ora, questo è compito specialmente di chi è superiore».

Papa Francesco vuole che nella Chiesa regni la misericordia e anche le due assemblee sinodali dedicate alla famiglia e alle sue fragilità sono state pensate e strutturate in modo tale che la Chiesa si possa interrogare sulla misericordia, soprattutto verso quelli che non vivono le storie dell’amore conformemente alla volontà del Creatore e di Cristo Gesù. È ormai chiaro a tutti coloro che si interrogano onestamente che non si tratta di mutare il Vangelo, perché le parole di Gesù sul matrimonio fedele (cfr. Marco, 10, 1-12; Matteo, 19, 1-9) sono la volontà di Dio detta una volta per sempre.

Si tratta invece di affermare come questi cristiani in contraddizione con la volontà di Dio possano, nella comunità del Signore — comunità di peccatori sempre purificati e perdonati — avere il loro posto ed essere nutriti da Dio stesso, come i loro fratelli e sorelle, nel cammino verso il Regno.
Ritengo che nell’intenzione di Papa Francesco ci sia la volontà di porre fine a ogni “intransigentismo”, e il cammino sinodale intrapreso condurrà la Chiesa tutta a esprimersi con l’aiuto dello Spirito santo.

Papa Francesco ha messo in atto con risolutezza il principio cattolico formulato da Papa Bonifacio VIII e ripreso da Yves Congar come principio di vita ecclesiale, soprattutto sinodale: Quod omnes tangit ab omnibus tractari et approbari debet (Decretales, Liber sextus, 5, 12, 29), «quello che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e approvato». Davvero questo pontificato si sta rivelando un tempo per la misericordia di Dio, un tempo in cui il cuore della Chiesa si fa carico della miseria umana, a immagine del suo Signore, ricco di misericordia. (Enzo Bianchi )

(articolo tratto da www.monasterodibose.it)

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LA LUCE E’ VENUTA NEL MONDO

Domenica scorsa abbiamo ascoltato nel quarto vangelo l’annuncio che Gesù è ormai il tempio di Dio, cioè il luogo della comunione con Dio (cf. Gv 2,19.21). E abbiamo conosciuto ancora una volta come la lettura del quarto vangelo richieda una fatica più grande per la comprensione del Vangelo, della buona notizia in esso contenuta. Oggi eccoci nuovamente di fronte a un altro brano del vangelo giovanneo, a un testo per molti aspetti difficile: Giovanni, infatti, ha una visione che va colta al di là di quello che scrive, una visione più profonda, che non è – potremmo dire – la nostra visione umana, ma appartiene solo a chi ha la fede in Gesù, dunque una visione ispirata dallo sguardo di Dio sulla vicenda di Gesù.

Giovanni è stato testimone della passione e morte di Gesù sul Golgota, quel venerdì, vigilia della Pasqua, 7 aprile dell’anno 30 della nostra era. Ha visto la sofferenza di Gesù, il disprezzo che egli subiva da parte dei carnefici e soprattutto quel supplizio vergognoso e terribile – “crudelissimum taeterrimumque supplicium”, come lo definisce Cicerone (Contro Verre II,5,165) – che era la croce. Ha visto questa scena con i suoi occhi ma, dopo la resurrezione di Gesù, nella fede piena, nella contemplazione e meditazione di questo evento, giunge a leggerlo in modo altro rispetto ai vangeli sinottici. In quei vangeli Gesù aveva annunciato per tre volte la “necessità” della sua passione, morte e resurrezione, e per tre volte tale annuncio aveva atterrito i discepoli (cf. Mc 8,31-33 e par.; 9,30-32 e par.; 10,32-34 e par.). Anche il quarto vangelo attesta che per tre volte Gesù ha parlato di questa necessitas, ma lo fa con un linguaggio altro: ciò che nei sinottici è infamia, tortura, supplizio in croce, per Giovanni diventa invece un “innalzamento”, cioè una gloria.

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UNA COMMOVENTE SERATA PACE

images[3]La sera dell’ 8 marzo le  sei parrocchie dell’Unità pastorale n. 8 nei comuni di Castelplanio, Montecarotto, Poggio san Marcello e Rosora, hanno vissuto per l’ennesima volta una serata pace.   Se  il numero dei partecipanti non è stato alto, la partecipazione commossa e attenta, il coinvolgimento delle amministrazioni comunali  e l’impegno delle donne che hanno promosso e gestito la manifestazione è stata grande.

“In piedi di fronte a Papa Francesco, Jun  leggeva la sua storia di ex bambina di strada. Ma la commozione le ha strozzato le parole in gola. Il suo pianto ha commosso il mondo. Appena prima di farsi bloccare

dall’emozione era riuscita a esprimere una domanda molto chiara: “Perché Dio permette che i bambini soffrano?”. E il papa ha espresso il suo pensiero. “Jun oggi ha fatto l’unica domanda che non ha risposta. E non le venivano le parole, ha dovuto dirlo con le lacrime. Solo quando siamo capaci di piangere sulle cose che voi avete vissuto possiamo capire qualcosa e rispondere”. Con queste parole don Mariano, ospite e coordinatore della serata, ha concluso le quasi due ore di proposte in nome della pace e delle donne libere e coraggiose.

Noemi ha guidato e ben orchestrato il tutto. Alla fine ha offerto la sua specialità che è la danza. Vestita di bianco , accompagnata al flauto dalla figlia Aurora e da una amica, e dal marito Giordano, ha volteggiato come una colomba sul palco quasi a far entrare profondamente i messaggi e le immagini proposte. La serata si era aperta con due poesie delle ragazzine di 2° media, sulla pace. A scuola di religione hanno letto il messaggio del Papa e sono nate due bellissime espressioni.

Due video quindi hanno suscitato molta emozione; uno spezzone del film su Giuseppina Bachita, dove la schiavitù era ben rappresentata ; e il video della ragazzina Malala , premio nobel per la pace. Piena di coraggio ha ricordato all’assemblea dell’ONU che la scuola libera dalle schiavitù e che mai si risponde al male e alla violenza con altro male. Lei , mussulmana, ha citato i gradi religiosi della storia , da Gesù a Budda a Madre Teresa per dar forza alle sue parole intense.

A ricordare il messaggio del papa, nelle sue parti essenziali ,poi consegnato ai sindaci, è stata sr Anna Maria. A farci toccare con mano che la schiavitù delle donne costrette alla prostituzione è stata un’altra suora Sr Charo, che da anni incontra , accoglie e libera le ragazze nel sud delle Marche. Le sue parole ci hanno scosso. La sofferenza di queste donne le fa diventare incapaci di stima e di fiducia. La loro opera è la ricostruzione della pace del loro cuore.

Non sono mancate le canzoni, offerte da Mariasole , accompagnata da Giordano e dal fratello Martino. Giorgio Gaber ha scritto “La libertà” una canzone sempre viva, e sempre alternativa alla concezione della libertà ( vedi Parigi) , come assenza di responsabilità. E ancora la intramontabile e triste ballata di Bob Dylan  Blowing in the wind  , “Quante le strade…” sempre attuale nel messaggio. I rappresentanti delle amministrazioni dei nostri paesi hanno offerto ognuno una bella  considerazione,  impegnandosi a fare  quella globalizzazione della fraternità che è l’alternativa  che il Papa propone per uscire della tante schiavitù. Non poteva mancare il dono della minosa e di un messaggio da parte  di Nella e Claudia , dell’Unitalsi .

Le nostre sei parrocchie crescono anche così, uscendo verso i  temi caldi che il papa chiede con forza di portare alla considerazione dei credenti e di tutti gli uomini di buona volontà. Globalizzare la fraternità è anche possibile a ciascuno nei piccoli nostri paesi.

MP

PRESENZE GENERATIVE

AnLOGO VITA CONSACRATAno della Vita Consacrata

  “Voi donne sapete incarnare il volto tenero di Dio, la sua misericordia, che si traduce in disponibilità a donare tempo più che a occupare spazi, ad accogliere invece che ad escludere. In questo senso, mi piace descrivere la dimensione femminile della Chiesa come grembo accogliente che rigenera alla vita.”

Sono parole di Papa Francesco che denotano una grande sensibilità e attenzione alla donna: “Io credo che l’uso di questo linguaggio per papa Francesco sia molto legato alla sua esperienza e alla sua esperienza di Dio.”, spiega suor Mary Melone, prima donna Rettore di un’università Pontificia nonché docente di Teologia dogmatica all’Antonianum. “La Misericordia è stato uno dei temi dominanti del suo pontificato. Legare la donna a questi temi penso che sia un segnale molto importante; è come se nella visione di Dio la donna avesse il compito di avere un riflesso particolare di questo tratto che caratterizza l’amore di Dio. L’amore di Dio è soprattutto un amore di Misericordia dice il papa e guarda caso le donne hanno questo tratto, questo compito di attestare la Misericordia. Io credo comunque che questo renda giustizia anche alle peculiarità che sono proprio nostre; non è un caso che alcuni aspetti della donna siano stati poi causa anche di un suo essere messa da parte, però l’importanza che noi diamo alle relazioni è la nostra ricchezza, qualche volta anche la nostra fragilità, ma è vero che per noi le relazioni sono fondamentali.”

Il Pontificio Consiglio Cultura, per riparlare del mondo delle donne a 360 gradi, ha realizzato quattro giorni di incontri, nel mese di febbraio.  Voci “troppe volte silenziate” in passato come ha affermato Mons. Ravasi in occasione dell’evento inaugurale al Teatro Argentina. Con questa Plenaria anche la Chiesa ha compiuto un primo passo verso un ascolto e un’accoglienza del femminile e lo ha fatto partendo proprio da un documento preparatorio che è stato redatto da donne attive in diversi ambiti: religiose, attrici, giornaliste, psicologhe e molte altre. I lavori si sono svolti seguendo quattro temi: Tra uguaglianza e differenza: alla ricerca di un equilibrio; La “generatività” come codice simbolico; Il corpo femminile: tra cultura e biologia; Le donne e la religione: fuga o nuove forme di partecipazione alla vita della Chiesa?

In quest’anno dedicato alla Vita Consacrata ci chiediamo se il tema della generatività trattato in maniera ampia dalla Plenaria, sia riconducibile anche alla vita consacrata femminile. Sr  Mary afferma:  “È vero che la vita consacrata ha un carattere di generatività notevole in tutti gli ambiti nel senso che la relazione tra vita consacrata (soprattutto femminile) e custodia della vita è incredibile. La generatività è la capacità di vedere dove la vita è fragile e, soprattutto nella vita consacrata, assumerne la custodia. Questo la vita consacrata l’ha sempre fatto: nell’educazione dei bambini, dei giovani, nel mettersi a fianco ai malati, dovunque. Se in quest’anno ciò venisse davvero riconosciuto penso che potrebbe essere per noi stessi uno stimolo a recuperare questa potenzialità grande che ci caratterizza come consacrati, essere al servizio della vita, presenze generative. Penso che sia una missione affascinante. Durante la Plenaria un’espressione è stata molto interessante, mi ha colpito molto da parte di un vescovo che diceva ‘Credo che la Chiesa debba continuare in un cammino sulle donne che è quello di prenderle sul serio.”

Suor Eugenia Bonetti, responsabile USMI del settore “Tratta donne e minori” osa affermare: “Lasciatemi sognare, forse io non lo vedrò, ma spero che ci sia un Sinodo sulla donna, fatto da donne, per le donne e con le donne.’  Certamente se si arrivasse a un Sinodo sulla donna in cui le donne comunque parlassero…se le donne trovassero lo spazio in un Sinodo per dire sé stesse come Chiesa alla Chiesa, molti temi ancora poco approfonditi sulla donna  potrebbero essere ampliati…  Sicuramente la prospettiva di un Sinodo  è la prospettiva di una Chiesa collegiale che si interroga. …Una Chiesa che si interroga con amore, con passione su se stessa. ”

Possiamo continuare a sognare? Certamente sì! (Sr A.M. Vissani,asc)

non fare mercato del tuo cuore

1. Il tempo di quaresima iniziato nel deserto della prova, la vita ha un senso o no, e proseguito sul monte della trasfigurazione, il senso della vita si è fatto parola e volto in un tu di nome Gesù, oggi fa tappa a Gerusalemme, nel tempio. Osserviamo attentamente lo svolgimento dei fatti. Gesù entra nel cortile dei gentili e vi trova la seguente situazione: «gente che vendeva buoi, pecore e colombe e…i cambiamonete» (Gv 2,14).
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I primi vendevano animali per il sacrificio, il particolare dei buoi e delle pecore è proprio a Giovanni, e i secondi, dietro un minimo compenso, scambiavano la moneta romana, non spendibile per le cose del tempio a motivo del suo contenere l’effigie dell’imperatore con la scritta che lo proclamava divino, con la moneta ufficiale di Tiro.
Alla costatazione della situazione segue la reazione da parte di Gesù: il farsi una frusta di cordicelle, lo scacciare i mercanti, il gettare per terra il denaro e il rovesciare i banchi dei cambiamonete (Gv 2, 15). Al gesto segue la motivazione: «Portate via di qui tutte queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato» (Gv 2,16).
Motivazione che qualifica il gesto come atto profetico, in sintonia con Geremia che lamenta che la casa di Dio sia ridotta a una spelonca di ladri (Ger 7,11) e con la scrittura di Zaccaria: «In quel giorno non vi saranno più commercianti nella casa del Signore delle schiere» (Zc 14,21). Atto profetico che i discepoli rileggeranno come generato da uno zelo che costantemente ha divorato Gesù (Gv 2,17; Sal 69,10) e che finirà per farlo divorare: la passione per Dio suo Padre, per la casa di suo Padre, per le cose di suo Padre.
Gesto che in Gesù ha una connotazione unica a motivo della sua relazione unica con il Padre, è il gesto di un Figlio lucidamente consapevole che non si danno istituzioni religiose esenti dal grande rischio di tramutarsi in comitato di affari. Tocca alla profezia ricordare che ogni tempio di ogni luogo può divenire in nome del denaro prigione e sfruttamento del divino e non luogo di possibile incontro con il divino. Di questo tempio non rimarrà pietra su pietra, il futuro non gli appartiene.

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Sguardo di donne

Un riconoscimento, un compito e un’indicazione importante

Non sono davvero la parte rassegnata della vita… Parlare di donne in fondo significa semplicemente riconoscerne la forza a tutti i livelli. Dalla capacità di resistere nella sofferenza, alla tenacia nell’affrontare le difficoltà; dalla resistenza nel custodire la speranza, alla fedeltà nella lotta quotidiana per ciò che sta loro a cuore… Un universo, il loro, vivo, reale, appassionato e purtroppo ancora spesso marginalizzato. Il Vaticano II ha consentito e spronato nella Chiesa un diverso qualificato impegno e una diversa visibilità delle donne. Ma ancora oggi, solo per fare un esempio, le teologhe a tempo pieno restano invischiate in difficoltà mai risolte. “Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna”: è il richiamo alla Chiesa di Papa Francesco, che da sempre sollecita una riflessione sul femminile ormai non più procrastinabile. Rivolgendosi direttamente ad esse, egli riconosce: “Voi donne sapete incarnare il volto tenero di Dio, la sua misericordia, che si traduce in disponibilità a donare tempo più che a occupare spazi, ad accogliere invece che ad escludere”. L’amore di Dio è soprattutto un amore di misericordia – insegna – e le donne hanno questo tratto. Di qui quasi un compito speciale per loro: essere nella società il riflesso particolare di quella misericordia e di quella tenerezza.

La forza delle donne nella società e nella chiesa

Un riconoscimento da sempre dovuto alla donna: la capacità di vedere dove la vita è fragile e assumerne la custodia. Soprattutto la vita consacrata ha sempre fatto questo: nell’educazione dei bambini, dei giovani, nel mettersi a fianco dei malati; nel lottare, soprattutto oggi, contro la tratta di donne e minorenni reclutati, schiavizzati… E tutto questo dovunque nel mondo! Se in quest’anno della vita consacrata ciò venisse davvero riconosciuto potrebbe essere per tutti uno stimolo a recuperare la potenzialità grande che caratterizza i consacrati nell’essere presenze generative al servizio della vita. La relazione tra vita consacrata (soprattutto femminile) e custodia della vita è infatti incredibile. Una generatività che va dall’arte alla capacità professionale, alle relazioni. Una missione affascinante.

L’importanza che le donne danno alle relazioni è la loro ricchezza… Qualche volta è anche la loro fragilità. Nella professione dell’insegnamento per esempio non sono interessate solo a far lezione e… a finire. Per loro c’è il rapporto con lo studente, l’importanza di dargli una motivazione, la disponibilità all’attenzione, all’ascolto, al farsi carico… Senza tale priorità riservata al tratto relazionale quello che fanno non sembra loro avere molto senso.

Papa Francesco a proposito del ruolo della donna nella Chiesa ha detto: “Sono convinto dell’urgenza di offrire spazi alle donne nella vita della Chiesa. È auspicabile una presenza femminile più capillare ed incisiva nelle Comunità, così che possiamo vedere molte donne coinvolte nelle responsabilità pastorali, nell’accompagnamento di persone, famiglie e gruppi, come anche nella riflessione teologica”. Una ridistribuzione di ruoli di responsabilità però – a cui il papa fa riferimento e che ci deve essere – richiede una condizione previa: prendere sul serio, e cioè riconoscere il valore di quello che le donne sono e fanno, perché già fanno tanto.

Prospettiva di un sogno

‘Lasciatemi sognare – ha detto sr Eugenia Bonetti – forse io non lo vedrò, ma spero che ci sia un Sinodo sulla donna, fatto da donne, per le donne e con le donne’. Sarebbe uno spazio per dire se stesse come Chiesa alla Chiesa. Una Chiesa collegiale che si interroga con amore, con passione su se stessa, avrebbe una forza diversa (sr Mary Melone). imagesRU4M2JJ8

Luciagnese Cedrone smc (tratto da usmionline@usminazionale.it)