INVITO A SALIRE

23 lug

                      UN INVITO A SALIRE SULLA DOLCE COLLINA

DI CASTELPLANIO

Al centro di Spiritualità “Sul Monte” TEL. 0731 813408

 

-       25 luglio (venerdì) alle ore 21,00- CONSAPEVOLEZZA E FIDUCIA

  • 1° INCONTRO – esercizi di calma, silenzio e incontro con se stessi

 

-        26 luglio (sabato sera): femminicidio: CHI DA’ DA MANGIARE AL LUPO?

  • 1° INCONTRO SUI TERRAZZI DEL CENTRO
    • Ore 20 cena a buffet in giardino
    • Ore 21 danze e canti di introduzione; discutiamo insieme con la psicoterapeuta dott.ssa Simona Cardinaletti di Ancona

 

La leggenda dei due lupi
“Nonno, perché gli uomini combattono?”
Il vecchio, parlò con voce calma. “Ogni uomo, prima o poi è chiamato a farlo.
Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere.
Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi.” “Quali lupi nonno?” “Quelli che ogni
uomo porta dentro di sé.” Il bambino non riusciva a capire. Attese che il nonno rompesse l’attimo
di silenzio che aveva lasciato cadere tra loro, forse per accendere la sua curiosità. Infine il vecchio
che aveva dentro di sé la saggezza del tempo riprese con il suo tono calmo. “Ci sono due lupi in
ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, menzogna
ed egoismo.” Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che
aveva appena detto. “E l’altro?” “L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità,
compassione, umiltà e fede.” Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva
appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità ed al suo pensiero. “E quale lupo vince?”. Il
vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti. “Quello che nutri di più.”
 

LA BELLA GIOIA DEL VINO BUONO

21 lug

Scan_Pic0001Il vino sulla tavola eucaristica è il vino più buono, perché transustanziato nel sangue più bello, quello dell’uomo più bello e più buono: “Non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio san­gue entrò una volta per sempre nel san­tuario” (Ebr 9,12).

L’Eucaristia è la grazia, ma anche la gioia della redenzione e dell’alleanza. E la bella grazia, la bella gioia, la grazia ve­ra, la gioia vera: perché nel suo calice il Cristo mescola entusiasticamente e là morte e la vita, per riconciliarci con la nostra morte e la nostra vita, nel suo sangue.

L’Eucaristia è questo sangue, e questo sangue è vino, vino inebriante: “Ci hai fatto bere un vino inebriante” (Ps 59,5), che ci dona un cuore paziente, ‘mette sulle labbra una parola pura e vera, incapace di irritarsi e di irritare.          .

Il sangue di Cristo, diceva A. Magno, è come il vino: attiva in noi la vita, la ri­mette in movimento, rigenera le arterie. E tutto noi guardiamo “Con sguardo se­reno e benigno”: il medesimo con cui il Padre guarda il sangue del Figlio suo.

Ad ogni Eucaristia, tutto rifiorisce in noi sotto una rugiada di sangue. Torna la luce serena e radiosa della primavera e, con la primavera, la festa della vita: la vera festa delle antiche antestèrie atenie­si, inneggianti al nuovo rigoglio, coppa in mano.

Solo il mistico, la cui anima è vino, ­amore-veri tà e il corpo calice-vigna, ‘co­nosce’ e proclama il vangelo del vino, che è il dolce sangue del Signore.

Solo il mistico dimora nella ‘casa del vino’ (Ct 2,4) con gioia serena. Là egli dis­seta la mente alla sorgente della sapienza di Dio, inebria il cuore del suo amore, ac­cende la memoria con le sue delizie.

 

LA VESTE ROSSO-FUOCO

10 lug

CIMG2535Ogni santo è un maestro d’ar­te. Alla sua scuola e sotto il suo sguardo, tu impari l’arte di amare Gesù Cristo e di dipingere la sua immagine sulla tela della tua vita.

Caterina da Siena è una grande mae­stra in questa sublime arte. La sua esperienza contemplativa del sangue del Signore accende di fuochi i giorni del nostro apprendimento e riempie di fervori l’anima.

Fra le tante invocazioni che irrorano di sangue la vita della mistica senese, una in particolare ti fa ardere il cuore in petto, per la luce che comunica e il calore che sprigiona. La facciamo no­stra, nella meditazione almeno.

“O dolce sangue: tu spogli l’anima dell’amor proprio

e le vesti del fuoco della divina carità,

e non puoi non vestirla di fuoco acco­standoti a lei

perché per fuoco d’amore fosti sparsa”.

FUOCO E’ L’UOMO

Il fuoco è una di quelle realtà che toc­cano profondamente l’uomo, facendo vibrare tutte le corde del desiderio e co­municando ardore ai sentimenti. Tutto ciò che in noi è fondamentale e irre­sistibile, lo avvertiamo come un fuoco, come una potenza che riscalda e bru­cia allo stesso tempo.

Il fuoco diviene così uno dei grandi simboli della capacità di desiderare, di legarsi ad altri, di amare e di odiare. Esso esprime la forza bruciante della vita: dalle grandi gesta alle passioni primitive e sfrenate.

Parlare di fuoco dello spirito o di fuo­co delle passioni è come ritornare al centro di noi stessi, alle nostre radici nascoste, alle energie primitive, alle fonti stesse della vita.  In principio ­diceva P. Teilhard de Chardin – non c’era il freddo e le tenebre: c’era il fuoco” .

Pensare al fuoco è come struggersi dal desiderio di rivenire al calore del grembo materno, è come rivivere le prime effusioni dell’amore, appropriar­si dei primi gesti d’intimità, gustare nuovamente un arcano benessere.

L’uomo è fuoco. Il fuoco è la forma profonda di tutte le sue energie: è la sua stessa vita che vuole comunicarsi propagarsi come la fiamma.

FUOCO E’ L’AMORE

La potenza d’amore che è nell’uomo, è anch’essa fuoco: un fuoco gagliardo, sempre attivo nelle profondità dell’ani­ma come desiderio di vivere in pienez­za di comunione. Gli antichi lo chia­mavano Eros.

Eros è il fuoco violento dell’amore che trasporta l’uomo lontano dalla sua individualità, perché possa dire un sì di tenerezza alla vita in comunione. Eros è anche il fuoco divorante della passione cieca e caotica, che distrug­ge, dissolve, volatilizza ogni realtà.

Noi non possiamo spegnere questo fuoco primordiale né appropriarcene per disporre di esso a nostro piacimen­to; ma possiamo servircene per un in­cendio, che tutto polverizza, o per una luce, che tutto vivifica.

La potenza di fuoco dell’Eros racchiu­de un mistero di tenerezza che solo un cuore povero può svelare, perché si è svuotato della passione egotica. Davanti a questo fuoco bisogna stare in tutta umiltà e in completa depossessione di sé, per raccogliere la sua energia di comunione ed espanderla in tenerezza.

Solo l’umiltà profonda e la rinuncia ilare all’amor proprio possono operare l’unione tra la vita (eros) e lo spirito (agape), tra amore di spontaneità e amore di libertà. Fuoco infatti è l’eros; fuoco è l’agape.: due lingue di fuoco d’una stessa fiamma, due espressioni intense d’una capacità di amare.

Tra l’una e l’altra espressione biso­gna operare la riconciliazione. Chi riduce l’agape all’eros; per dire che l’a­more è la soddisfazione della sponta­neità, si autodistrugge. Chi estingue l’e­ros; quale fonte di tutti i mali, in no­me dall’agape uccide l’essere umano in quelle energie istintive che lo costi­tuiscono. Chi riconcilia l’eros e l’aga­p~ favorendo la loro “amorizzazione”,

cammina sulla via dell’amore umano, vero e fecondo, perché vissuto nella li­bertà del dono.

Soltanto in questo clima di “amoriz­zazione” tra eros e agape l’immagine del fuoco ritrova la sua dimensione profondamente umana, fascino sa ed emozionante, e apre il cuore al divi­no: a quel fuoco eternamente vivo che, nel sangue del Signore, diviene princi­pio di purificazione e di rigenerazione.

FUOCO E’ IL SANGUE DEL SIGNORE

Il sangue del Signore è l’espressione del suo amore per noi: espressione fluente, perché l’amore per natura sua fluisce; espressione ignea, perché flui­sce dal cuore, che è il centro intimo dell’energia-amore, con tutte le proprie­tà e le qualità di un fuoco.

Il sangue del Signore è un fuoco che brucia e trasforma, rendendo trasparen­ti all’ Amore come il fuoco incandescen­te. Nel cuore del Cristo, il sangue as­sume la forza dell’amore e, cadendo su di noi, ci attira verso l’agape che è la tenerezza dell’amore. Sempre là, nel cuore, il sangue assume anche il desi­derio dell’amore e, versandosi nel no­stro povero cuore umano, orienta la no­stra ardente capacità di amare verso la perfezione della soavità.

Il sangue del Signore, unendo in noi la forza e il desiderio, l’ardore e la te­nerezza, spinge il nostro amore “in al­to”, verso Dio, e “in avanti”, verso l’uomo: per un dono di noi stessi…

Così memori del sangue del Signore, come di un fuoco che brucia, ed espo­sti alla sua fiamma che rigenera, ci spogliamo dell’ amor proprio e ci rive­stiamo del fuoco della divina carità. E impariamo ad amare come lui, il Signo­re, ha amato: fino al sangue, tingendo di rosso-fuoco la nostra veste. (D. Giulio Martelli, c.pp.s.)

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